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Il FMI 'scopre' la recessione italiana

"Il FMI 'scopre' la recessione italiana" - Pio De Gregorio, Responsabile Research & Analysis

A coloro che ci seguono non sarà sfuggito che già nell'estate scorsa (si veda Piccolo recupero, 30 agosto 2011) avevamo previsto che l'economia italiana sarebbe scivolata in recessione. Successivamente abbiamo più volte ripetuto che la contrazione sarebbe stata severa per l'effetto congiunto di due fattori: l'impulso restrittivo proveniente dalle manovre di riduzione del disavanzo pubblico e il concomitante rallentamento della crescita dell'economia mondiale. A questi l'acuirsi della crisi dei debiti sovrani ha aggiunto un terzo fattore di freno, vale a dire il 'credit crunch' che ha origine dalla difficoltà degli istituti bancari a finanziarsi sul mercato dei capitali a condizioni di costo ragionevoli, nonché dai nuovi ratio patrimoniali che limitano la possibilità di crescita degli impieghi.

 

Pertanto non può certo sorprenderci che il Fondo Monetario Internazionale abbia rivisto le previsioni sull'andamento dell'economia italiana in senso fortemente peggiorativo (a settembre il FMI prevedeva che l'economia italiana sarebbe cresciuta dello 0,3% nel 2012). Al contrario, ci sarebbe apparso strano se il FMI non avesse realisticamente aggiornato le sue previsioni anticipando che quest'anno l'economia italiana si contrarrà del 2,2% (in termini reali, come mostrato dalla tabella). Il punto quindi non è che le nuove previsioni del FMI possano apparire eccessivamente pessimistiche, quanto piuttosto che la recessione resti effettivamente entro i limiti attesi dal FMI e non si manifesti in misura ancor più grave. A questo riguardo gli ultimissimi segnali (di cui il FMI non può aver tenuto conto nelle sue previsioni aggiornate) sono confortanti: la Germania, vera locomotiva dell'economia europea continentale, ha ripreso a tirare, come evidenziato dagli indici PMI di gennaio (si veda Primi segnali di stabilizzazione, 24 gennaio 2012). Anche l'economia francese sembra aver ripreso a crescere, seppure lievemente. Insomma, il cuore economico dell'Eurozona ha ripreso a battere. Allo stesso tempo anche l'economia americana lancia segnali di leggera ripresa, mentre la crescita delle economie emergenti sembra tenere il passo.

 

Quanto accade fuori dai confini nazionali è di capitale importanza per il presente e l'immediato futuro dell'economia italiana: dato per scontato che, sotto i colpi delle manovre in atto (una cura a dosi massicce per recuperare quindici anni di sostanziale inazione), la domanda interna non può che arretrare, il sostegno della domanda estera è essenziale per contenere il movimento recessivo. Se l'intera economia dell'Eurozona dovesse cedere sotto il peso della crisi dei debiti sovrani e quella mondiale dovesse a sua volta frenare bruscamente, per l'economia italiana i rischi di avvitamento recessivo sarebbero enormi (in tal caso, come abbiamo più volte asserito, non ci sarebbe un 'fondo salva-stati' abbastanza grande per evitare l'implosione dell'Eurozona). Se invece, come gli ultimi segnali lasciano intravedere, l'economia dell'Eurozona fosse realmente in fase di stabilizzazione e quella mondiale si espandesse a un tasso superiore al 3% (come lo stesso FMI prevede), allora per l'economia italiana la domanda estera agirebbe come un importante fattore di sostegno della domanda aggregata e la contrazione, per quanto severa, resterebbe entro i limiti previsti dal FMI: l'avvitamento recessivo sarebbe evitato.

 

In questo scenario la previsione del FMI riguardante l'andamento dell'economia italiana nel 2013 (ulteriore contrazione dello 0,6% del PIL reale) potrebbe rivelarsi troppo pessimistica: infatti se la crisi che ha coinvolto il debito sovrano italiano fosse pienamente superata nell'arco dei prossimi sei mesi grazie all'insieme delle riforme in atto, si manifesterebbe una rapida ripresa di fiducia sia fra le imprese che fra le famiglie italiane. E' vero che le risorse complessivamente disponibili per la crescita sarebbero ancora limitate, ma il punto più basso della crisi sarebbe definitivamente alle spalle: una certezza di per sé sufficiente a rilanciare gli investimenti delle imprese e, seppure con un inevitabile ritardo temporale e solo moderatamente, anche i consumi delle famiglie.

 

Cosa serve per aiutare l'Italia a risalire la china, oltre alle necessarie riforme che il governo Monti sta portando avanti? La definizione di un quadro certo delle risorse e degli strumenti attivabili a livello europeo nel caso nei prossimi mesi fosse necessario superare una crisi di liquidità legata al rifinanziamento del debito pubblico in scadenza e alla copertura del nuovo fabbisogno. Ormai ogni giorno che passa senza che questo quadro sia definito è un giorno perso per il processo di stabilizzazione dell'intera Eurozona: dopo aver colpevolmente sprecato troppo tempo senza varare le necessarie riforme interne, adesso è l'Italia ad assistere al sempre meno comprensibile tergiversare delle autorità europee nel riformare in via definitiva gli istituti, gli strumenti e le procedure che dovranno regolare quella che, a tutti gli effetti, può definirsi come la Nuova Unione Monetaria Europea.

 

 

25 gennaio 2012

 

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